L’ultima rilevazione dell’Istat aveva dipinto il triennio 2018-2020 come particolarmente difficile per l’innovazione nel nostro Paese. Certo, sulla survey pesavano gli effetti della pandemia, che nel suo periodo più duro aveva avuto ovvie ripercussioni sull’attività delle aziende (soprattutto le più piccole), ma i numeri erano comunque preoccupanti. Oggi possiamo finalmente intravedere una decisa inversione di tendenza: le società italiane sembrano puntare con più forza sull’innovazione.
Lo dimostra la ricerca Innovation Index curata da Dell Technologies e diffusa il maggio scorso, che ha “censito” la capacità innovativa delle aziende di 45 nazioni nel mondo: in Italia 7 società su 10 hanno costituito una divisione dedicata (una struttura, cioè, che ha la missione di introdurre, sul mercato o all’interno dell’azienda, innovazioni di prodotto o di processo). È un dato che – un po’ a sorpresa – ci pone davanti a Paesi come Germania, Francia e Olanda, e che sembra rispecchiare un cambio di mentalità. Infatti, l’82% degli intervistati dice di aver riscontrato cambiamenti misurabili e miglioramenti tangibili grazie agli investimenti in innovazione, e addirittura un 40% si dice disposto a lasciare l’azienda in assenza di questi progetti. Insomma, l’innovazione, oltre a una leva per la competitività, è anche un grande elemento di talent acquisition e talent retention.
In questo quadro, non fa paura nemmeno il lavoro da remoto, anzi: la stragrande maggioranza dei professionisti ascoltati (87%) pensa che la tecnologia collaborativa, combinata con la libertà di lavorare da qualsiasi luogo, non penalizzerà la capacità dei dipendenti di contribuire a progetti innovativi.
“Dalla ricerca emerge una significativa consapevolezza tra le imprese italiane sulla necessità di sviluppare una cultura dell’innovazione sempre più pervasiva, dove tutte le idee sono prese in considerazione e dove sia incoraggiato l’apprendimento dei collaboratori”, ha dichiarato Filippo Ligresti, VP e GM di Dell Technologies Italia. “Trovo la situazione italiana particolarmente incoraggiante dal punto di vista della volontà di innovare da parte delle imprese, tra l’altro notevolmente aumentata nel corso degli ultimi anni. L’innovazione è la chiave per una crescita economica sostenibile e duratura perché permette di precorrere i cambiamenti del mercato, mantenendo salda la posizione competitiva conquistata e accrescendo il valore di un’impresa”.
Uno scenario tutto rose e fiori? Non proprio, perché tra il dire e il fare spesso si frappongono una serie di ostacoli difficili da superare (sempre la ricerca di Dell Technologies cita tra questi la mancanza di competenze, la difficoltà ad attrarre i talenti, un carico di lavoro eccessivo che riduce il tempo per i progetti speciali e i processi di approvazione troppo complessi). E poi c’è l’annoso problema degli investimenti. Un recente report di The European House-Ambrosetti e Workday ha rilevato che, nell’ultimo triennio, solo il 19% delle aziende italiane ha reinvestito più del 10% del proprio fatturato in progetti di digitalizzazione, e addirittura c’è un 25% che non arriva a 100mila euro di investimento. C’è insomma una percentuale di aziende in Italia che fatica a compiere quel salto culturale necessario per diventare davvero innovative: secondo il report, in questi casi il limite è proprio legato alla mancanza di una corretta cultura aziendale (52%) e alla carenza di competenze (48%), più che a fattori come l’assenza di infrastrutture o le incertezze sul ritorno degli investimenti. Una timidezza che rischia di minare la capacità innovativa del nostro Paese, legata a doppio filo al tema della trasformazione digitale.
Fatte salve queste criticità, l’Italia se la passa certamente meglio rispetto a qualche anno fa. Poli tecnologici come Kilometro Rosso contribuiscono a rilanciare la capacità innovativa delle aziende del proprio network, mettendo in comunicazione impresa e ricerca, con ricadute positive per la filiera dell’innovazione e per tutto il territorio. Il nostro campus, in particolare, ha la fortuna di operare in un contesto decisamente all’avanguardia su questi temi: una recente ricerca condotta dalla Regione ha confermato la Lombardia al primo posto per numero di start up e PMI innovative, che ammontano a 4.700 (27% del dato nazionale), per ricavi pari a oltre 3,3 miliardi di euro e il 31,5% dei brevetti italiani registrati.