L’industria robotica in Italia non accenna a rallentare. Per il secondo anno di fila – dopo le fisiologiche difficoltà dovute alla pandemia – i numeri sono positivi sia nella produzione e nella vendita, sia nell’adozione di robot nei vari settori produttivi. Da un lato abbiamo un’industria dei robot consolidata e che cresce a ritmi incoraggianti, dall’altro industrie che si affidano sempre più all’automazione.
Il mercato è in continua evoluzione e pone con sempre maggiore forza l’accento sulla competitività, ossia l’efficienza dei sistemi produttivi, e sulla flessibilità della domanda, due caratteristiche che la robotica è in grado di intercettare perfettamente.
Secondo Boston Consulting Group, l’industria della robotica può arrivare a 260 miliardi di dollari nel 2030. Per l’azienda OnRobot, invece, i settori che vedranno nuove applicazioni nei prossimi anni saranno soprattutto sanità, turismo, trasporti, logistica e agricoltura.
A questa tendenza mondiale si aggiunge poi la situazione specifica e contingente dell’Europa. Sempre OnRobot indica fra i trend chiave della robotica per il 2023 la reindustrializzazione del Vecchio Continente, con conseguente accelerazione nell’installazione di robot, dovuta ai recenti problemi nelle catene di approvvigionamento.
Un contesto internazionale favorevole, quindi, in cui si inserisce il buon momento dell’industria italiana. Il 2022 ha portato ulteriori incrementi nella produzione: lo studio “Il settore della robotica in Italia nel 2022”, a cura di Siri – Associazione Italiana di Robotica e Automazione e Fondazione Ucimu, riporta una crescita del 15,6% rispetto a un 2021 già molto positivo, per un valore di 740 milioni di euro. A questo risultato hanno contribuito in misura simile le vendite nel mercato interno (+15,4%) e le esportazioni (+16%).
Il già citato studio di Siri ci dice che in Italia si producono soprattutto robot dedicati alla manipolazione, che nel 2022 hanno rappresentato il 61% del totale. All’interno di questa macrocategoria figurano diverse applicazioni, la più diffusa delle quali, in termini di unità prodotte, è la manipolazione per stampaggio plastica. Seguono i robot per la saldatura e per il taglio.
Le imprese italiane di robotica sono di grandi dimensioni (l’80% ha un fatturato superiore ai cinque milioni) e concentrate in Lombardia (44,4%) e Piemonte (30,8%), con quest’ultima regione a vantare il fatturato (56,3%) e il numero di addetti (66,7%) più alti. Ne consegue che le aziende del Piemonte hanno una dimensione media maggiore di quelle lombarde, mentre in Lombardia le aziende sono più numerose, ma più piccole. Rimanendo in Lombardia, dopo Milano (circa 12mila imprese nel 2019, dati Regione Lombardia – Il Sole 24 Ore), le province con il maggior numero di imprese sono Monza e Brianza, Bergamo e Brescia, con circa duemila imprese ciascuna. Fra le aziende presenti nei territori di Bergamo e Brescia figurano Tiesse Robot, Systec Automation, Camozzi, Innvision e Robot At Work, oltre al Consorzio Intellimech e al Laboratorio di robotica collaborativa Joiint Lab, entrambi nostri Resident Partner.
Parallelamente alla produzione, cresce anche la diffusione dei robot nelle aziende italiane. E, per far fronte a questa crescita, crescono anche le importazioni (+14,2% per un valore di 700 milioni di euro), portando il saldo commerciale in negativo. Il parco robot in Italia ammonta a 97.068 unità, con una crescita di 12.432 unità (+6,5%) nel 2022 rispetto al 2021.
Il settore produttivo in cui i robot sono più diffusi è l’automotive, seguito da metallurgico, manifatturiero, alimentare e plastica. Quanto alla distribuzione geografica, i dati Istat ci dicono che è relativamente omogenea (Nord 10%; Centro 6,4%; Sud 7,3%), mentre è molto lineare la relazione fra dimensioni dell’azienda e diffusione dei robot: all’aumentare della prima cresce anche la seconda.
Restano, infine, delle criticità. Alcune aziende ravvisano negli alti costi un ostacolo a una maggiore diffusione della robotica. Particolare, poi, la situazione delle risorse umane. Se da un lato è sempre diffuso il timore di un impatto negativo dell’automazione sui tassi di occupazione, dall’altro la crescita del settore deve fare i conti con l’insufficiente offerta di personale specializzato: non solo ingegneri robotici, ma anche diplomati e laureati in meccanica e meccatronica che soddisfino i requisiti delle aziende. Una questione complessa che abbraccia vari aspetti della formazione e del mercato del lavoro. Un problema da affrontare, dunque, ma anche una grande opportunità per le aziende.